La prima visita del bambino è quella in cui non si fa niente

10 agosto 2026 · Pedodonzia · Dott.ssa Irene Bottacci · 7 min di lettura
La sala d'attesa dello studio di Via Machiavelli, a Pistoia

La prima volta che un bambino entra in uno studio dentistico, la cosa più utile che possiamo fare è non fargli niente. Si guarda, si parla, si sale sulla poltrona e si scende. Se invece la prima volta che entra è perché ha un ascesso e non dorme da due notti, il lavoro parte in salita — e ci resta per anni.

Sono Irene Bottacci, mi occupo di odontoiatria per i bambini e di ortodonzia nello studio di Via Machiavelli. Questo pezzo non è su quando portarlo: è su cosa cambia, in concreto, a seconda di quale porta usate per entrare.

Un appuntamento che sembra tempo buttato

I genitori me lo dicono quasi sempre, e hanno ragione a dirlo: «ma se non ha niente, che ci veniamo a fare?».

Ci venite a fare la cosa che non si può recuperare dopo. Un bambino che entra la prima volta senza dolore impara che lo studio è un posto dove qualcuno gli guarda in bocca, gli dice bravo e lo rimanda a casa. Quel ricordo è la base su cui poggerà tutto il resto: la sigillatura a sette anni, l'apparecchio a undici, l'igiene a sedici. Se la base è buona, ogni appuntamento successivo costa poca fatica a lui e poca a noi.

Se la base non c'è, ogni singola volta si riparte da zero. E con un bambino che piange non si fa buona odontoiatria: si fa quello che si riesce.

Cosa guardo, mentre sembra che non stia guardando niente

Quell'appuntamento apparentemente vuoto produce informazioni che poi valgono anni.

  • La conta e la posizione. Quanti denti da latte ci sono, quali stanno per cambiare, se c'è spazio o se già si accavallano. Le arcate a sei anni raccontano molto di quelle a dodici.
  • Le macchie bianche sullo smalto, che sono il gradino prima della carie e a occhio nudo di un genitore non si vedono quasi mai. Prese lì si fermano; prese due anni dopo sono un'altra cosa.
  • Come chiude la bocca, se respira dal naso o dalla bocca, se ancora succhia il pollice, se la lingua spinge dove non deve.
  • Le abitudini di casa: chi lava i denti a chi, con che dentifricio, quante volte, e la domanda che pesa più di tutte — cosa bevono la sera prima di dormire.

Poi c'è una parte che non è clinica. Guardo come sta in sala d'attesa, se viene su da solo o si attacca alla gamba, se guarda il riunito con curiosità o con sospetto. Serve a me per capire con che passo andare la volta dopo.

Alice Pantaleo, segreteria e accoglienza: è la voce al telefono quando si prenota il primo appuntamento di un bambino.
Alice Pantaleo, segreteria e accoglienza: è la voce al telefono quando si prenota il primo appuntamento di un bambino.

Se invece si entra da un ascesso

Cambia tutto, e cambia in peggio su quattro fronti insieme.

Il primo è il bambino. La prima cosa che associa allo studio è il male: non il male dell'ascesso, il male di noi che glielo tocchiamo. È un'equazione che si sistema, ma ci vogliono appuntamenti e pazienza — tempo che avremmo potuto spendere sui denti.

Il secondo è che siamo costretti a fare la cosa più invasiva come prima cosa, sul paziente meno collaborante possibile. Nessuno vorrebbe iniziare da lì.

Il terzo è che non abbiamo un punto di partenza. Non so com'era quella bocca sei mesi fa, non so se quella macchia stava già peggiorando, non so quanto veloce corre la carie in quel bambino. Andiamo a intuito su un paziente che avremmo potuto conoscere.

Il quarto è anatomico. Sotto ogni dente da latte c'è il permanente che sta arrivando, e un'infezione che resta lì a lungo non è una faccenda solo del dente che duole. Per questo un ascesso in un bambino non si aspetta.

Non c'è un'età magica, c'è un momento

Qui devo essere onesta: la risposta è «dipende», e vale la pena dire da cosa.

Il primo dente da latte esce in genere fra il sesto mese e l'anno di vita, e una visita nei mesi immediatamente successivi è utile — ma è utile soprattutto ai genitori, perché a un anno il bambino non collabora, non capisce e non ricorda. Serve a impostare l'igiene di casa e a togliere di mezzo gli errori più comuni.

Il primo appuntamento che serve a lui viene dopo, quando comincia a stare al gioco. In genere fra i tre e i quattro anni, ma è una forbice, non una data.

E su questo i colleghi non la vedono tutti allo stesso modo. C'è chi tiene ferma la visita entro il primo anno per tutti, e chi preferisce aspettare che il bambino possa partecipare. Io mi muovo sul rischio: se in famiglia ci sono molte carie, se il biberon va a letto con lui, se c'è una macchia che si vede già, non si aspetta niente. Se non c'è nessuno di questi segnali, un primo incontro sereno a tre anni vale più di uno anticipato e subìto.

Una cosa non si può sapere prima, e nemmeno noi la sappiamo: se quel giorno il bambino si siederà. Ci sono bimbi di due anni che aprono la bocca e ridono, e bimbi di sei che non entrano nella stanza. Non è un difetto di preparazione dei genitori. È carattere, ed è la variabile su cui non si fanno previsioni.

L'agenda conta più di quanto sembri

Un dettaglio banale che fa la differenza: l'ora. Un bambino alle 18:30, dopo scuola, dopo i compiti, dopo la merenda, è un bambino finito. I primi appuntamenti dei più piccoli li mettiamo la mattina o a metà mattina, e non è una gentilezza — è l'unico momento in cui abbiamo un paziente intero.

L'altra cosa riguarda chi non abita in città. Da Marliana, da San Marcello Piteglio, da Cutigliano si scende su Pistoia lungo la statale, e d'inverno quel viaggio dipende dalla strada. Per una famiglia che fa mezz'ora abbondante all'andata, un appuntamento in cui «non si fa niente» deve valere il viaggio: quando ci sono due fratelli si accorpano nella stessa mattinata, e i controlli si programmano nei mesi in cui la montagna è più praticabile. Su questo il calendario lo costruiamo insieme, non lo imponiamo. Chi arriva dalla montagna pistoiese lo sa già meglio di noi.

C'è poi una ragione strutturale per cui questa cosa qui funziona: l'ortodonzia e l'odontoiatria dei bambini le seguiamo in due, io e la Dott.ssa Schioppa, dalle stesse quattro sale. Un bambino visto a quattro anni ritrova la stessa faccia a undici, quando si parla di apparecchio. Non è un dettaglio organizzativo, è metà del lavoro.

Una cosa pratica, per la prossima volta che vieni tu

Non serve aspettare di prenotare per lui. La prossima volta che vieni tu per la seduta di igiene, portalo con te.

Fallo sedere in sala d'attesa, fagli vedere che entri, che stai lì venti minuti e che esci camminando come sei entrato. Se ha voglia, che venga dentro a guardare: il riunito che si alza e si abbassa, la luce, lo specchietto. Zero programma, zero bocca aperta.

Poi, quando chiami per prenotare il suo, dillo subito in segreteria: prima visita, nessun problema in corso. Serve a mettere in agenda lo slot giusto, alla mattina, senza niente dopo che ci corra dietro.

Devo raccontargli prima cosa gli faranno?

Poco, e senza dettagli tecnici. Che andate a far vedere i denti a una dottoressa, che vi guarda in bocca con uno specchietto e vi racconta come tenerli sani. Le spiegazioni lunghe fatte a casa il giorno prima costruiscono un'attesa che il bambino riempie da solo, e la riempie sempre di peggio. Sul cosa succede in poltrona la prima persona a parlargliene, per me, dovrebbe essere chi lo visita.

Se piange e non si fa guardare, l'appuntamento è sprecato?

No. Un appuntamento in cui è entrato, ha visto la stanza e si è fatto contare i denti in braccio alla mamma è un appuntamento riuscito. Quello che non funziona è insistere fino a farlo cedere: si ottiene la visita e si perde il paziente. In quel caso si guarda quel che si riesce, si fissa una seconda volta breve e si va avanti a piccoli passi.

Quando è urgente e non si può aspettare il prossimo controllo?

Gonfiore su una guancia o sulla gengiva, dolore che tiene svegli, un dente rotto o mobile dopo una caduta, febbre associata a mal di denti. In tutti questi casi si chiama lo stesso giorno. Per il dolore, nell'attesa, un antidolorifico da banco secondo il foglietto illustrativo o il consiglio del farmacista — e va detto al telefono se il bambino ha allergie o assume farmaci.

Ha i denti da latte, tanto poi cambiano: perché curarli?

Perché servono cinque o sei anni ancora, e in quegli anni tengono lo spazio per i permanenti, servono a masticare e guidano la crescita delle arcate. Un dente da latte perso presto lascia uno spazio che gli altri chiudono, e il permanente che arriva dopo lo trova occupato. È uno dei motivi per cui molti apparecchi si potrebbero evitare.


Studio Dentistico Palandri e Spinicci — Via Niccolò Machiavelli 27, Pistoia. Lunedì-venerdì 9:00-19:00, telefono 0573 32937. Per prenotare la prima visita di un bambino, il telefono o il modulo dei contatti.

Dott.ssa Irene Bottacci

Dott.ssa Irene Bottacci

Odontoiatra · Albo Odontoiatri di Pistoia n. 387

Si occupa di ortodonzia, pedodonzia nello studio di Via Niccolò Machiavelli 27, Pistoia.

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