Ortodonzia nei bambini: a sei anni si guarda la crescita

Verso i sei o sette anni un bambino si guarda per la prima volta con occhi ortodontici, e quasi sempre non gli si mette niente in bocca. Si guarda dove sta andando la crescita: il palato, la mandibola, come le due arcate si incontrano quando chiude. I denti storti, a quell'età, dicono poco. Le ossa dicono molto.
Sono Erika Schioppa, mi occupo di ortodonzia e di odontoiatria per i bambini insieme alla Dott.ssa Bottacci. Questo pezzo non è l'elenco degli apparecchi: è come si decide, a quell'età, fra fare qualcosa e aspettare.
Perché proprio sei-sette anni
Intorno ai sei anni succedono due cose insieme. Dietro all'ultimo molare da latte compare il primo molare permanente, che non sostituisce nessuno e si limita a spuntare dove c'è posto; e gli incisivi inferiori cominciano a cambiare. Da quel momento, per la prima volta, si può vedere come ingranano fra loro i denti definitivi invece di indovinarlo.
L'altra ragione conta di più: a sei anni davanti ci sono ancora molti anni di crescita. La crescita è la sola cosa con cui si sposta un osso senza toccarlo con un bisturi, ed è una risorsa che si consuma.
Prima dei sei anni, sui denti, si vede poco di ortodontico: si vedono le abitudini, che è un'altra faccenda. Dopo i dodici, invece, buona parte della struttura del viso ha già deciso.
Non è una data. È una finestra.
Due problemi diversi che a casa si chiamano allo stesso modo
Quando un genitore dice «ha i denti storti», in studio quella frase può significare due cose che non hanno quasi niente in comune.
La prima è scheletrica: il palato è stretto e le arcate non combaciano in larghezza, la mandibola sta troppo indietro o sporge troppo avanti, il mento non resta centrato quando chiude. Qui il problema non sono i denti, sono le basi su cui i denti stanno appoggiati.
La seconda è dentale: affollamento, un incisivo ruotato, un canino che esce alto. I denti sono storti ma le basi vanno bene.
La differenza pratica è tutta in una cosa. Il problema scheletrico ha una scadenza, perché per correggerlo serve crescita residua e la crescita finisce. Il problema dentale non ce l'ha: un dente si sposta a undici anni, a venti e anche a quarantacinque, con più o meno fatica ma si sposta.
Quindi la prima valutazione è un triage. Serve a mettere il caso in una delle due caselle, e la casella decide i tempi.
Cosa si intercetta davvero a quell'età
- Il morso crociato e il palato stretto. È la situazione in cui l'intervento precoce cambia di più le cose. Se le arcate non si incontrano in larghezza, il bambino impara a chiudere spostando la mandibola di lato per trovare un appoggio: una volta che quel percorso è appreso, l'asimmetria non riguarda più solo i denti. A sei-sette anni le due metà del palato non sono ancora saldate e si lavora con forze modeste. A quattordici il discorso cambia del tutto.
- La mandibola molto indietro o molto avanti. Si guarda, si misura e spesso si aspetta il momento giusto — che di solito non è questo.
- Le abitudini che stanno spingendo dove non devono. Il pollice ancora presente a sei anni, la lingua che si appoggia fra gli incisivi quando deglutisce, la respirazione dalla bocca invece che dal naso. Non sono vizi da correggere per educazione: sono forze che agiscono per ore ogni giorno su un osso che si sta formando. Su questa parte, a volte, il lavoro utile non è nostro ma dell'otorino, e va fatto prima.
- Lo spazio già perso. Un molare da latte andato via presto, per una carie o per un trauma, lascia uno spazio che i denti vicini chiudono in pochi mesi. Il permanente che arriva dopo lo trova occupato. Qui si mette un mantenitore, che è un oggetto molto meno impegnativo di un apparecchio.
- L'eruzione che non torna. Se da un lato un permanente è uscito da sei mesi e dall'altro non si vede, non è pazienza che serve: è una radiografia.
Cosa si aspetta, e aspettare non significa rimandare
Gli incisivi superiori che escono divaricati e inclinati fra i sette e i nove anni sono la cosa che porta più genitori a chiedere l'apparecchio subito. In gran parte dei casi si sistemano da soli quando arrivano i canini, che spingendo verso l'alto raddrizzano le radici degli incisivi. È una fase, ha un aspetto brutto e passa.
Anche l'affollamento anteriore si affronta quando i permanenti ci sono. Muoverli prima significa spostare denti che la crescita poi rimpiazza o riposiziona: si finisce con due percorsi invece di uno, e il ragazzo arriva all'adolescenza già stanco dell'argomento.
Un apparecchio messo troppo presto non anticipa il lavoro. Lo raddoppia.

Cosa accade fra i sei e i dodici anni, in pratica
Nella maggior parte dei casi la prima valutazione finisce con un controllo di crescita da programmare, ogni sei o dodici mesi. Non è un modo elegante per dire «richiamiamo più avanti»: in quegli appuntamenti si misura, si confronta con la volta precedente e si guarda la direzione. Un morso che peggiora e uno stabile richiedono decisioni opposte, e la differenza si vede solo se hai il riferimento di prima.
C'è una cosa che va detta: il controllo in cui non si fa niente è quello che i genitori accettano meno volentieri, ed è quello che tiene in piedi tutto il resto.
L'ortodonzia e la pedodonzia le seguiamo in due, io e la Dott.ssa Bottacci, nelle stesse quattro sale. Un bambino visto a sei anni ritrova la stessa faccia a undici, quando si parla dell'apparecchio per davvero. Sull'agenda teniamo conto di come si arriva: chi viene da Quarrata, da Agliana o da Montale ha un quarto d'ora di strada e riesce a incastrare il pomeriggio dopo la scuola, mentre le famiglie che scendono dalla montagna preferiscono accorpare fratelli e controlli nella stessa mattinata.
Il punto in cui la risposta è «dipende»
Qui devo essere onesta su due cose.
La prima è che non si può sapere quanto e in quale direzione crescerà un bambino. Si fanno previsioni sulle proporzioni attuali, sulla familiarità e sullo sviluppo osseo, e restano previsioni probabili. Capita di programmare contando su una crescita che poi va per conto suo. Quando succede si ridiscute il piano.
La seconda è che fra colleghi non la vediamo tutti allo stesso modo. C'è chi a sei-sette anni interviene su molto più di quanto farei io, e c'è chi aspetta i dieci-undici anni per quasi tutto. Entrambe le posizioni hanno argomenti seri. La mia linea è quella che ho scritto sopra: presto sulle basi e sulle abitudini, dopo sui denti — sapendo che portare lo stesso bambino da tre ortodontisti può produrre tre piani diversi, e che non è un segno di approssimazione ma di un margine di giudizio che in questa disciplina esiste.
Poi c'è la variabile che nessuno controlla. Un apparecchio mobile o una placca funzionano nelle ore in cui stanno in bocca, e quante siano dipende da un bambino di sette anni e dalla sua famiglia, non da noi. Se so che quelle ore non ci saranno, cambio strumento.
Una cosa pratica, da fare questa settimana
Mettiti davanti a lui, chiedigli di chiudere i denti lentamente e di restare fermo con le labbra aperte. Guarda tre cose: se gli incisivi superiori coprono gli inferiori o finiscono dietro, se il mento resta al centro o scivola da un lato, se quando è a riposo tiene le labbra chiuse o la bocca socchiusa.
Non è una diagnosi. È l'informazione che al telefono ci fa capire se il suo caso può aspettare il prossimo controllo o se conviene vederlo prima. Dillo così in segreteria, con l'età: serve a mettere in agenda lo spazio giusto.
E se ha già una panoramica fatta altrove, portala: risparmia un esame.
Ha sei anni e i denti davanti storti: aspettiamo?
Molto probabilmente sì, ma è la valutazione che lo dice. Se gli incisivi sono inclinati e distanziati e le arcate combaciano bene, quella è la fase fisiologica che si risolve con l'arrivo dei canini. Se invece il morso è crociato, il mento devia o la mandibola è chiaramente arretrata, i denti storti sono la conseguenza visibile di un problema che sta più in profondità, e lì il tempo lavora contro.
Quando è urgente farlo vedere e non si può aspettare il controllo?
Se un dente permanente non compare mentre il corrispondente dall'altro lato è uscito da mesi, se dopo una caduta un dente si è mosso o scheggiato, se compare gonfiore o dolore, se il bambino ha smesso di masticare da un lato. In questi casi si chiama e si fissa a breve: sono tutte situazioni in cui l'attesa cambia il piano di cura, non solo i tempi.
Meglio l'apparecchio mobile o quello fisso?
Non sono alternative fra cui scegliere: servono a cose diverse. Gli apparecchi mobili e le placche lavorano sulle basi ossee e sulla funzione, quindi hanno senso negli anni della crescita. Il fisso sposta i denti con precisione, quando i permanenti sono in bocca. Nello stesso bambino può servire prima uno e poi l'altro, a distanza di anni.
Serve una radiografia già alla prima valutazione?
Non sempre. A sei-sette anni molto si vede guardando in bocca e osservando come chiude. Una panoramica si prescrive quando c'è una domanda precisa a cui rispondere — un permanente che non arriva, un dente in posizione dubbia, una familiarità particolare. La TAC tridimensionale che abbiamo in sede serve ad altro, in genere per la chirurgia degli adulti, e sui bambini si usa raramente e con un motivo scritto.
Studio Dentistico Palandri e Spinicci — Via Niccolò Machiavelli 27, Pistoia. Lunedì-venerdì 9:00-19:00, telefono 0573 32937. Per una prima valutazione ortodontica, il telefono o il modulo dei contatti.

Dott.ssa Erika Schioppa
Odontoiatra · Albo Odontoiatri di Pistoia n. 307
Si occupa di ortodonzia, ortodonzia invisibile, pedodonzia nello studio di Via Niccolò Machiavelli 27, Pistoia.
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